39 - Capitolo 1

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«Il gatto».
Qui c'è una pausa studiata. Dura un respiro esatto.
«Che è sulla sedia».
Un altro respiro sospeso nell'aria immobile.
«Dorme».
Il silenzio si distende. Si allarga per due battiti profondi del cuore, prima di ricominciare.

Leggo a voce alta. Scandisco ogni vocale. Offro ogni sillaba al tribunale severo di Mutter, che siede di fronte a me. Pronta a correggere ogni mia incertezza, ogni millimetrica sbavatura del tono.
La regola che mi ha imposto è semplice. Quasi scientifica nella sua rigidità. Alla virgola, devo interrompere il flusso e fare un breve respiro. Al punto fermo, quel respiro deve farsi più lungo, profondo. Un distacco netto.
A distanza di anni, non ricordo quali altri fenomeni biologici o spasmi della gola equivalessero agli altri segni di interpunzione. Ai due punti, al punto e virgola, all'esclamativo. Immagino però che la tassonomia di Mutter fosse rigorosa. Che le varianti ammesse fossero comunque limitate a una precisa coreografia del fiato.

È luglio. Un mese denso di aria spessa e afosa che trascorro a fatica sul lungomare di Tarquinia. Sono confinato tra quattro mura, a preparare l'esame per la cosiddetta “primina”. Quel lasciapassare burocratico che a settembre mi permetterà di scavalcare il primo anno di scuola elementare. Di guadagnare tempo sul destino.
Mutter è stata subito chiara. Priva di tentennamenti. Si tratta di un sacrificio necessario. Un dazio da pagare per sfuggire alle grinfie di una maestra di quartiere che, dicono nei corridoi, doma e piega i bambini con il rigore medievale di una bacchetta di legno.
Saltando la prima classe, approderò direttamente nell'aula della vecchia maestra di Schwester. Una figura rassicurante. La stessa che ora, con infinita pazienza, mi guida verso l'esame sotto il sole cocente e impietoso del litorale etrusco.
A me, naturalmente, piacerebbe solo sprecare le giornate nell'acqua tiepida e salmastra di quell'estate bollente. Oppure accucciarmi sulle piste di sabbia a spingere con un colpo di pollice le biglie di plastica con le effigi dei ciclisti più famosi. Come vedo fare a tutti i bambini della mia età, sotto il mio sguardo triste e invidioso.
Ma l'autorevolezza di Mutter non lascia margini di trattativa. Non concede scampo. E io non ho ancora né l'età né la forza per contraddirla.

L'esame va come deve andare. I pronostici sono rispettati. Entro direttamente in seconda elementare, seduto tra banchi nuovi sotto la stessa guida materna che mi aveva accompagnato nei mesi della canicola estiva.
Peccato che i piani degli adulti si rivelino fragili. L'anno successivo, la vecchia maestra svanirà nel riposo meritato della pensione. Mi lascerà di colpo scoperto, di nuovo esposto alle temute angherie di quella tutrice per evitare la quale avevo sacrificato la mia estate.
Per sfuggire a quell'ombra di legno e castigo che si riaffaccia minacciosa, Mutter decide infine per un gesto drastico. Cambiarmi scuola. Il pianto disperato e trattenuto sulle scale del nuovo edificio, il primo giorno della terza elementare, mentre mi avventuravo con il grembiule pulito dentro un territorio sconosciuto, è forse il ricordo più vivido della mia intera infanzia. Ma a ben vedere anche l'unico davvero spiacevole, in quel luogo di educazione, che mi sia rimasto addosso.
Perché fu proprio tra quelle mura sconosciute che incontrai il maestro più dolce dell'universo. Una figura singolare già nell'essere un maschio in un mondo di istitutrici. Ma ancor più straordinaria nella gentilezza innata dei modi e nell'affetto sincero che riversava quotidianamente sui suoi bambini.

Ed è per questo che oggi continuo a interrogarmi. Muovendomi nel labirinto intricato dei miei pensieri infantili, mai del tutto assopiti, cerco una logica che mi sfugge.
Perché Mutter non mi ha condotto subito verso quella mitezza? Perché costringermi a un'intera estate di inchiostro, penne sospese e sudore? Invece di regalarmi fin dal principio quel porto sicuro che esisteva già a pochi isolati di distanza?
Di quell'estate lontana, trascorsa a Tarquinia a contare i respiri, ciò che mi è rimasto impresso sulla pelle non è il significato profondo delle parole che leggevo. Ma il loro ritmo biologico. Quasi cardiaco. La virgola come un sospiro trattenuto. Il punto come un silenzio che scava un vuoto.
E da allora mi resta addosso un'abitudine antica. Un tic della memoria che non riesco a scrollarmi di dosso. Ancora oggi, quando leggo in solitudine, le mie labbra si muovono impercettibilmente. Mimano i suoni. Come se cercassero ancora quel soffio di voce originario. Quel ritmo antico capace di rassicurare, finalmente, il bambino impaurito che ero.


39 - Tratto di una storia vera

Mi sono staccato dal resto del gruppo ormai da un quarto d'ora. Ho impresso alle gambe un ritmo forzato, una fretta febbrile che somiglia a una fuga. Nella speranza logorante che la sagoma dell'hotel appaia finalmente all'orizzonte. Dietro la curva del sentiero.
Da più di mezz'ora, ormai, il bisogno di urinare ha smesso di essere un semplice fastidio di sottofondo. Si è fatto necessità tirannica. Un despota assoluto che governa ogni mio pensiero.

Non sollevo più lo sguardo verso le chiome fitte degli alberi. Non cerco più il guizzo improvviso di uno scoiattolo tra i rami. O il profilo nascosto di un fungo tra le foglie umide. Cammino a testa bassa. Gli occhi inchiodati al suolo. Prigioniero di un soliloquio ossessivo e ritmico.
Mi ripeto, come un dogma scolpito nel marmo della coscienza, che non ci si può abbandonare alla natura selvaggia. Il sollievo appartiene esclusivamente al chiuso rassicurante e civile dei bagni. Proprio come Mutter ha ribadito per tutta la mia infanzia. Fino a farne una legge morale indiscutibile.
Farlo all'aperto. Profanando il paesaggio davanti allo sguardo invisibile ma giudicante del mondo sarebbe una caduta imperdonabile. Un atto di inciviltà che mi ricaccerebbe indietro nel fango.

Accelero ancora il passo. Ignoro la distanza ignota e nebbiosa che ancora mi separa dalla meta. Confido ciecamente in quei pochi passi che spero manchino alla salvezza.
Lo stimolo mi assale a ondate regolari. Come una marea montante. A ogni riflusso, torna più alta. Più pesante. Meno governabile.
Mi chiedo, per un solo istante di debolezza, se lo spazio che ho frapposto tra me e gli altri escursionisti sia sufficiente a garantirmi l'impunità. Un gesto furtivo. Consumato in fretta dietro l'armatura di un tronco.
Ma il tempo è un laccio che si stringe attorno ai polmoni. Non concede esitazioni.

Continuo a marciare. Quasi fossi un automa. Contraggo i muscoli allo stremo. Serro le gambe quando l'onda d'urto si fa insostenibile. Proseguo dritto. Fedele al mio stesso e inflessibile comando.
Finalmente, le mura agognate dell'hotel si stagliano contro il cielo grigio. Un brivido freddo di gioia mi spinge a un ultimo, disperato scatto d'orgoglio.
Varco la soglia della hall. L'aria condizionata mi investe il viso. La memoria corre rapida alla mappa degli spazi che avevo memorizzato all'arrivo: i servizi si trovavano nel sottosuolo.
Precipito giù per le scale di pietra. Inseguo freneticamente la freccia sul cartello indicatore. Varco finalmente la porta del bagno.

In quell'istante preciso, e solo in quello, commetto l'errore fatale. Il millimetrico difetto di calcolo. L'illusione di essere arrivato fa sì che la mia mente si rilassi.
E proprio lì, a un unico, ridicolo passo dal traguardo, la diga cede. E mi piscio addosso.

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